Wednesday, 6 May 2026

Una storia italiana

Ieri, un foglio trovato per caso in un archivio e un articolo su Nature mi hanno fatto tornare in mente una vicenda che ha segnato la mia carriera e, in termini di occasione mancata, la storia della mia città e, forse, del mio paese.  Sono passati 25 anni, durante i quali, se possibile, le cose sono peggiorate; penso sia ora di raccontare pubblicamente questa storia, perché dimostra come una certa miopia istituzionale possa avere impatti importanti a lungo termine sulla ricerca tecnologica.

Ma andiamo con ordine.  Il documento è una richiesta di supporto che inviai nel 2002 a una società scientifica, la European Society of Biomechanics, relativa a una proposta per la realizzazione di un’infrastruttura informatica europea denominata Living Human Digital Library. In quella proposta mi firmo come Fondazione B3C.  L’articolo su Nature, pubblicato il 27 aprile 2026, è intitolato “The arrival of digital twins and in silico trials in drug development”.

Per spiegare come questi due frammenti si collegano, devo raccontarvi anzitutto la mia carriera di ricercatore nel settore delle tecnologie mediche.

Mi laureai in ingegneria a Bologna nel 1988 e, dopo un breve periodo in industria, tornai all’università con una borsa di ricerca per lo sviluppo di metodi computazionali in ingegneria. La borsa prevedeva un periodo all’estero, trascorso negli USA, durante il quale lavorai con il Prof. Alì Seireg. In quel periodo capii che il tema di ricerca che più mi interessava era la bioingegneria, ossia lo sviluppo di tecnologie per la salute umana.  Tornai a Bologna con questa idea fissa in testa, che però non piacque ai miei capi universitari.  Mentre stavo considerando di tornare in America per sempre, l’Istituto Ortopedico Rizzoli, che era diventato da poco un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, mi offrì la possibilità di avviare un laboratorio di ricerca, il Laboratorio di Tecnologia Medica, che, dopo 37 anni, è ancora attivo.

Alla fine degli anni ’90 iniziai a capire che si potevano costruire modelli computerizzati a partire da dati clinici per supportare la decisione medica relativa a quel paziente: oggi li chiamiamo gemelli digitali in medicina.  Dato che il Rizzoli non disponeva di risorse di calcolo, iniziai a collaborare con il CINECA e, in particolare, con il responsabile della sezione di calcolo ad alte prestazioni, Sanzio Bassini.  Sviluppammo un software per la pianificazione della chirurgia dell’anca, ancora in uso, e poi iniziammo ad attrarre finanziamenti della Commissione Europea per i nostri progetti di ricerca.  Non avevamo le idee chiarissime, ma sapevamo che stava succedendo qualcosa di grosso.  Nel 2001 mettemmo assieme un po’ di coraggio e presentammo alle direzioni di CINECA e Rizzoli un progetto ambizioso: la creazione di un centro di competenza sul biocomputing (B3C), organizzato come fondazione, di cui i nostri enti sarebbero stati soci. Fu molto difficile superare le varie diffidenze, ma alla fine sembrava che ce l’avessimo fatta, anche grazie alla lungimiranza di un grande dell’epoca, Achille Ardigò, allora Commissario Straordinario del Rizzoli. Nonostante avesse già 80 anni allora, il Prof. Ardigò era un grande sostenitore dell’informatica in medicina.  

Nel 2002 ci trovammo davanti a un notaio per istituire la Fondazione B3C, quando arrivò il direttore amministrativo del Rizzoli, per informarci che quel giorno era arrivato il veto del Ministero della Salute alla partecipazione di Rizzoli a una fondazione di ricerca.

Per salvare quanto possibile, spostammo il B3C come divisione di ricerca di uno spin-off del CINECA, SCS S.r.l.  Io rimasi al Rizzoli; facevo il direttore scientifico di B3C a titolo gratuito. Dal 2001 al 2011 riuscimmo ad attirare quasi €7M di finanziamenti, quasi tutti europei o provenienti dall'industria, ma nonostante ciò non scalava, perché il centro di ricerca non aveva il giusto contenitore né il supporto delle istituzioni locali e nazionali.  Intanto l’idea della medicina in silico stava crescendo, ed io ero considerato uno dei massimi esperti ovunque, eccetto in Italia, dove il Rizzoli si rifiutava di darmi un incarico apicale.

Alla fine, accettai l’offerta di un’università inglese e me ne andai. Senza di me, il B3C sopravvisse per un paio d’anni, poi le vicende interne dell’azienda madre ne portarono alla chiusura, nonostante avesse un portfolio di finanziamenti pubblici e privati di tutto rispetto.  Bologna avrebbe potuto diventare la capitale europea della medicina in silico, ma non se ne fece nulla.

Avanti veloce.  Dal 2011 al 2018, nel Regno Unito, ho fondato e diretto l’Istituto Insigneo per la medicina in silico, che, quando l’ho lasciato nel 2018, coordinava il lavoro di oltre 300 ricercatori, di cui circa la metà erano professori provenienti da 29 diversi dipartimenti dell’Università di Sheffield o dell’azienda ospedaliera locale. In questi sette anni, Insigneo attrasse £48M di finanziamenti competitivi per la ricerca o di contratti industriali, e si posizionò come il centro di riferimento europeo per la medicina in silico.

Intanto, la medicina in silico, i digital twin e i metodi computazionali per sostituire la sperimentazione animale, forti dei sensori indossabili e dei metodi dell’intelligenza artificiale, rappresentano il futuro della medicina, che sarà dominato da quelle tecnologie che, 25 anni fa, a Bologna eravamo tra i primi al mondo a sperimentare.  

L’articolo su Nature, di fatto, riconosce che queste metodiche sono mainstream e che la loro importanza sta crescendo esponenzialmente. E allora, mentre lo leggevo, mi sono chiesto: cosa sarebbe successo se nel 2002 avessimo avuto a Bologna il supporto istituzionale che poi mi hanno dato a Sheffield? Che impatto avrebbe sull’economia regionale e nazionale se oggi, al Tecnopolo DAMA, accanto al Supercalcolatore Leonardo, ci fosse il centro di ricerca sulla medicina in silico più vecchio e prestigioso d’Europa?

Sono finiti i progetti di ricerca finanziati dal PNRR e tra poco finiranno anche quelli finanziati dal Piano Nazionale Complementare al PNRR.  Molti dei progetti finanziati avevano come focus l’uso delle tecnologie informatiche avanzate in medicina. E le istituzioni di ricerca con sede a Bologna hanno svolto un ruolo significativo in molti di questi progetti. A dispetto della pioggia di milioni di finanziamenti ricevuti, a causa di veti incrociati e di miopie di varia origine, non vedo neanche oggi le condizioni per creare a Bologna un centro di ricerca sulla medicina digitale.  

Sarà la seconda occasione persa per Bologna e per l’Italia.  Ma quante di queste occasioni si presentano?  E quanti altri potrebbero raccontare storie come la mia?  Se il PIL dell’Italia non cresce mai più del 2% all’anno (e in media molto meno) da un quarto di secolo, forse una ragione sono storie come queste?


Marco Viceconti


Le opinioni espresse nel presente contributo sono attribuibili esclusivamente all’autore e riflettono unicamente il suo punto di vista personale e scientifico. Esse non rappresentano necessariamente le posizioni, le politiche o gli orientamenti dell’istituzione di appartenenza, né di eventuali enti finanziatori o organizzazioni con cui l’autore intrattiene rapporti professionali o di collaborazione.

 

Tuesday, 28 April 2026

Chocolate kings and Angine de Poitrine

In 1975, many Italian boomers like me listened to the song “Chocolate Kings” by the Italian band PFM.  This is the original recording.

Today I was digging in my music collection, and I found it.  In 1975, my English was as bad as any Italian teenager of the time: the pen is on the table, the cat is under the table, and little more.  Now it is a bit better, so listening today, I realised how relevant the lyrics are also in today’s Trumpian USA:

Lyrics:

When I was born they came to free us
to heal our battle wounds
with photographs of big fat mama
the chocolate kings arrived
to feed us full of good intentions
and fatten us with pride
stars and candy bars!
Shirley Temple dipped her dimples
in favorite nursery rhymes
big mama's love was pure and simple
and gentle dollar signs
sang out lullabies
So sorry
her superman is losing fans
and I am so sorry
so sorry
they've packed her bags
they've stacked her flags
and we are so sorry
Her supermarket kingdom is falling
her war machines on sale
no one left to worship the heroes
her TV gods have failed
hope she takes a look in the mirror
while she is on her way home ...
Her supermarket kingdom is falling
her war machines on sale
no one left to worship the heroes
her TV gods have failed
So sorry
her superman is losing fans
and I am so sorry
so sorry
they've packed her bags
they've stacked her flags
and we are so sorry
new you and I know big fat mama
she took us for a ride
but musclemen are out of business
the chocolate kings are dying
you don't wanna waste your life for chocolate heaven
you like to stay alive
like to stay alive

Incidentally, the album was also adorned with two illustrations that I always found quite powerful, especially the one featuring the “fat mama” with the Marilyn Monroe mask.  Interestingly, the chocolate bar image (cover for the foreign market) is credited to David Draper, but the “fat mama” image for the Italian cover, I could not find attribution, although considering the period and label, it is likely to be Cesare Monti.    


The Italian version of the Wikipedia page on the album suggests that it was not well received in the USA and the UK; I do not know whether this is true, but it is credible.  In Italy, it also did not sell well, but for other reasons, I guess. 

The album was published by Dischi Numero Uno, a Milan label established in 1969 by Lucio Battisti, probably the most popular pop singer of the period, and Giulio Rapetti, a.k.a. Mogol, probably the most prolific lyricist of Italian pop music.  In charge of the label promotion was Mara Maionchi, who is now a well-known TV personality in Italy.  All this to say that this label was not an indie run by three revolutionary kids in a garage; the main goal of these people was to make money.  But in 1975, it was absolutely normal to publish music like that, which was extremely controversial. I wish we could say the same for 2026. 

This brings me to the present.  Recently, Spotify published for the first time the list of the most-streamed songs of all time.  I listened to some of them, and I found the lack of originality a common trait.  I started the usual boomer rant on how creative we were in the 70s and 80s, compared to today.  But then, by chance, I tripped on the live performance of the Angine de Poitrine recorded at radio KEXP.  Like everything truly different, you may like it or not.  But I think it is proof that there are young artists who are truly innovative, even today.  And the fact that five million people listened to their concert on YouTube tells something.

The difference is in the music industry. In 1975, Chocolate Kings was produced and published by the Italian discographic industry. Remember also the scene in Bohemian Rhapsody, the 2018 biopic film about Freddie Mercury, when they convince their producer to fund a concept rock album inspired by Italian opera (incidentally, A Night at the Opera was also published in 1975).

Today, you can find space in the music industry only if your "product" conforms to the average taste of some specific market segments.  This makes the next move easy: AI-generated music is rapidly flooding streaming platforms, with roughly 75,000 new AI-created tracks uploaded daily as of early 2026. 

The answer, in my opinion, is live concerts and self-production.  Fuck the industry and Long Live Rock.