Thursday, 21 May 2026

Mikey D: As a franchising wraps into your personal life history



Yesterday I did something wrong (please do not tell my wife).  I wanted to eat a hamburger. I looked around, and now all the places serve things like “Black Icelandic three-horned beef burger, cream of Pecorino matured in fossa 25 years, beer mayo made with Korean green chicken eggs, DOP blue tomato for only €30”.  When the gentrification exceeds certain limits, my blue-collar soul reacts; I ended up with a Big Mac from the local McDonald's for €7.

With my burger in hand, enjoying a lovely spring day in Bologna, I let my thoughts run free, and for free association, as became usual recently, they landed in the remote past. 

It is 1988, and I land in Gainesville (FL) in my first overseas research job at the University of Florida with Prof Alì Seireg.  I had a big baggage: in the 80s, for the left-wing Italian youngsters like me, the USA was pretty much evil.  Ronald Reagan was finishing his presidential term, and the United States summarised all that we thought was wrong.  But I did not want these preconceptions to bias my experience.  So I reacted by trying to blend in as much as possible, putting an effort into learning the language, befriending locals, and using my spare time to do the most American things possible.  

The first McDonald’s restaurant opened in Rome in 1986 (actually, another opened the year before in Bolzano, but no one noticed). Located in Piazza di Spagna, he caused a tremendous popular reaction.  In a country of food lovers, fast food was the true evil, and having a temple of such evil in one of the most important squares in the country was an insult. It will take ten more years to see a McDonald's in Bologna.

So after my share of baseball games, I had to eat at McDonald’s.  I think I went to the one on University Avenue (picture is much more recent, though).

 

And what I learnt was that the fast-food restaurants were where real people went for lunch.  The food was decent, and you could have a burger for $1 and a Big Mac meal for $2.60.  Even back then, that was little money. Mikey D (as all the kids called it) was a family-friendly place, with small kids playing outside, where even poor families could dine out once in a while. Baseball games taught me that even without soccer, you could have a popular sport where blue-collar families could invest much of their joy (and sorrow). Sleazy bars taught me that in the middle of redneck land, with the gun rack on the pickup truck, you could listen to some of the best blues music.

I came back to Italy with a completely different perception of the United States.  In the late 80s, all the elements of current madness could be seen with a trained eye.  The extreme social injustice, the lack of public healthcare or education, and the racism were clearly visible.  But the American dream was still alive, or at least that’s what it looked like to that very young me version (mini-me?).  It was a tough place, but if you worked hard, you could improve your social and economic standing.  Probably more than the stagnant Italian society could offer, despite its catholic-socialist politics. Well, I was wrong; it did not end well, now we know.  But if I am what I am, it is also because of that experience, which taught me an incurable optimism that stayed with me most of the time afterwards. 


Fast forward to 1998.  I had a job, a family, a daughter, a car and a mortgage. My partner and I tried to be very present parents to our only daughter, who was then four years old.  Being all together was important, we tried to do it as much as possible.  But once in a while, my partner had an obligation or something, and my daughter stayed with me alone for a whole day.  To mitigate the absence of her mother, we would “fare i vizi” to spoil her somehow. And sometimes “i vizi” were to have lunch at McDonald’s, which was now quite popular even in Italy by then.

Many have tried to explain what terribly sad (and at the same time marvellous) business it is to have your children grow up. That little person you pampered and loved so much is gone; she will never come back.  Now there is a self-centred teenager, and now a young adult busy building her own life.  For me, those lunches at McDonald’s are a special memory, she and I, laughing for nothing, inventing silly stories to keep her entertained. So much love.


As a Professor of Bioengineering working on one of the largest Italian projects on disease prevention, I should tell you that eating fast food is bad for your health.  It is true, I never took care of my nutrition, and as a result, I am ageing very poorly.

But not everything we do has to make sense, be healthy, or be reasonable. Sometimes, having a burger can help you bring back two very fond memories, so you smile to the angels while you are eating, and the people around wonder what’s wrong with that old fool.


See you later, alligator







 

Wednesday, 6 May 2026

Una storia italiana

Ieri, un foglio trovato per caso in un archivio e un articolo su Nature mi hanno fatto tornare in mente una vicenda che ha segnato la mia carriera e, in termini di occasione mancata, la storia della mia città e, forse, del mio paese.  Sono passati 25 anni, durante i quali, se possibile, le cose sono peggiorate; penso sia ora di raccontare pubblicamente questa storia, perché dimostra come una certa miopia istituzionale possa avere impatti importanti a lungo termine sulla ricerca tecnologica.

Ma andiamo con ordine.  Il documento è una richiesta di supporto che inviai nel 2002 a una società scientifica, la European Society of Biomechanics, relativa a una proposta per la realizzazione di un’infrastruttura informatica europea denominata Living Human Digital Library. In quella proposta mi firmo come Fondazione B3C.  L’articolo su Nature, pubblicato il 27 aprile 2026, è intitolato “The arrival of digital twins and in silico trials in drug development”.

Per spiegare come questi due frammenti si collegano, devo raccontarvi anzitutto la mia carriera di ricercatore nel settore delle tecnologie mediche.

Mi laureai in ingegneria a Bologna nel 1988 e, dopo un breve periodo in industria, tornai all’università con una borsa di ricerca per lo sviluppo di metodi computazionali in ingegneria. La borsa prevedeva un periodo all’estero, trascorso negli USA, durante il quale lavorai con il Prof. Alì Seireg. In quel periodo capii che il tema di ricerca che più mi interessava era la bioingegneria, ossia lo sviluppo di tecnologie per la salute umana.  Tornai a Bologna con questa idea fissa in testa, che però non piacque ai miei capi universitari.  Mentre stavo considerando di tornare in America per sempre, l’Istituto Ortopedico Rizzoli, che era diventato da poco un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, mi offrì la possibilità di avviare un laboratorio di ricerca, il Laboratorio di Tecnologia Medica, che, dopo 37 anni, è ancora attivo.

Alla fine degli anni ’90 iniziai a capire che si potevano costruire modelli computerizzati a partire da dati clinici per supportare la decisione medica relativa a quel paziente: oggi li chiamiamo gemelli digitali in medicina.  Dato che il Rizzoli non disponeva di risorse di calcolo, iniziai a collaborare con il CINECA e, in particolare, con il responsabile della sezione di calcolo ad alte prestazioni, Sanzio Bassini.  Sviluppammo un software per la pianificazione della chirurgia dell’anca, ancora in uso, e poi iniziammo ad attrarre finanziamenti della Commissione Europea per i nostri progetti di ricerca.  Non avevamo le idee chiarissime, ma sapevamo che stava succedendo qualcosa di grosso.  Nel 2001 mettemmo assieme un po’ di coraggio e presentammo alle direzioni di CINECA e Rizzoli un progetto ambizioso: la creazione di un centro di competenza sul biocomputing (B3C), organizzato come fondazione, di cui i nostri enti sarebbero stati soci. Fu molto difficile superare le varie diffidenze, ma alla fine sembrava che ce l’avessimo fatta, anche grazie alla lungimiranza di un grande dell’epoca, Achille Ardigò, allora Commissario Straordinario del Rizzoli. Nonostante avesse già 80 anni allora, il Prof. Ardigò era un grande sostenitore dell’informatica in medicina.  

Nel 2002 ci trovammo davanti a un notaio per istituire la Fondazione B3C, quando arrivò il direttore amministrativo del Rizzoli, per informarci che quel giorno era arrivato il veto del Ministero della Salute alla partecipazione di Rizzoli a una fondazione di ricerca.

Per salvare quanto possibile, spostammo il B3C come divisione di ricerca di uno spin-off del CINECA, SCS S.r.l.  Io rimasi al Rizzoli; facevo il direttore scientifico di B3C a titolo gratuito. Dal 2001 al 2011 riuscimmo ad attirare quasi €7M di finanziamenti, quasi tutti europei o provenienti dall'industria, ma nonostante ciò non scalava, perché il centro di ricerca non aveva il giusto contenitore né il supporto delle istituzioni locali e nazionali.  Intanto l’idea della medicina in silico stava crescendo, ed io ero considerato uno dei massimi esperti ovunque, eccetto in Italia, dove il Rizzoli si rifiutava di darmi un incarico apicale.

Alla fine, accettai l’offerta di un’università inglese e me ne andai. Senza di me, il B3C sopravvisse per un paio d’anni, poi le vicende interne dell’azienda madre ne portarono alla chiusura, nonostante avesse un portfolio di finanziamenti pubblici e privati di tutto rispetto.  Bologna avrebbe potuto diventare la capitale europea della medicina in silico, ma non se ne fece nulla.

Avanti veloce.  Dal 2011 al 2018, nel Regno Unito, ho fondato e diretto l’Istituto Insigneo per la medicina in silico, che, quando l’ho lasciato nel 2018, coordinava il lavoro di oltre 300 ricercatori, di cui circa la metà erano professori provenienti da 29 diversi dipartimenti dell’Università di Sheffield o dell’azienda ospedaliera locale. In questi sette anni, Insigneo attrasse £48M di finanziamenti competitivi per la ricerca o di contratti industriali, e si posizionò come il centro di riferimento europeo per la medicina in silico.

Intanto, la medicina in silico, i digital twin e i metodi computazionali per sostituire la sperimentazione animale, forti dei sensori indossabili e dei metodi dell’intelligenza artificiale, rappresentano il futuro della medicina, che sarà dominato da quelle tecnologie che, 25 anni fa, a Bologna eravamo tra i primi al mondo a sperimentare.  

L’articolo su Nature, di fatto, riconosce che queste metodiche sono mainstream e che la loro importanza sta crescendo esponenzialmente. E allora, mentre lo leggevo, mi sono chiesto: cosa sarebbe successo se nel 2002 avessimo avuto a Bologna il supporto istituzionale che poi mi hanno dato a Sheffield? Che impatto avrebbe sull’economia regionale e nazionale se oggi, al Tecnopolo DAMA, accanto al Supercalcolatore Leonardo, ci fosse il centro di ricerca sulla medicina in silico più vecchio e prestigioso d’Europa?

Sono finiti i progetti di ricerca finanziati dal PNRR e tra poco finiranno anche quelli finanziati dal Piano Nazionale Complementare al PNRR.  Molti dei progetti finanziati avevano come focus l’uso delle tecnologie informatiche avanzate in medicina. E le istituzioni di ricerca con sede a Bologna hanno svolto un ruolo significativo in molti di questi progetti. A dispetto della pioggia di milioni di finanziamenti ricevuti, a causa di veti incrociati e di miopie di varia origine, non vedo neanche oggi le condizioni per creare a Bologna un centro di ricerca sulla medicina digitale.  

Sarà la seconda occasione persa per Bologna e per l’Italia.  Ma quante di queste occasioni si presentano?  E quanti altri potrebbero raccontare storie come la mia?  Se il PIL dell’Italia non cresce mai più del 2% all’anno (e in media molto meno) da un quarto di secolo, forse una ragione sono storie come queste?


Marco Viceconti


Le opinioni espresse nel presente contributo sono attribuibili esclusivamente all’autore e riflettono unicamente il suo punto di vista personale e scientifico. Esse non rappresentano necessariamente le posizioni, le politiche o gli orientamenti dell’istituzione di appartenenza, né di eventuali enti finanziatori o organizzazioni con cui l’autore intrattiene rapporti professionali o di collaborazione.