Ieri, un foglio trovato per caso in un archivio e un articolo su Nature mi hanno fatto tornare in mente una vicenda che ha segnato la mia carriera e, in termini di occasione mancata, la storia della mia città e, forse, del mio paese. Sono passati 25 anni, durante i quali, se possibile, le cose sono peggiorate; penso sia ora di raccontare pubblicamente questa storia, perché dimostra come una certa miopia istituzionale possa avere impatti importanti a lungo termine sulla ricerca tecnologica.
Ma andiamo con ordine. Il documento è una richiesta di supporto che inviai nel 2002 a una società scientifica, la European Society of Biomechanics, relativa a una proposta per la realizzazione di un’infrastruttura informatica europea denominata Living Human Digital Library. In quella proposta mi firmo come Fondazione B3C. L’articolo su Nature, pubblicato il 27 aprile 2026, è intitolato “The arrival of digital twins and in silico trials in drug development”.
Per spiegare come questi due frammenti si collegano, devo raccontarvi anzitutto la mia carriera di ricercatore nel settore delle tecnologie mediche.
Mi laureai in ingegneria a Bologna nel 1988 e, dopo un breve periodo in industria, tornai all’università con una borsa di ricerca per lo sviluppo di metodi computazionali in ingegneria. La borsa prevedeva un periodo all’estero, trascorso negli USA, durante il quale lavorai con il Prof. Alì Seireg. In quel periodo capii che il tema di ricerca che più mi interessava era la bioingegneria, ossia lo sviluppo di tecnologie per la salute umana. Tornai a Bologna con questa idea fissa in testa, che però non piacque ai miei capi universitari. Mentre stavo considerando di tornare in America per sempre, l’Istituto Ortopedico Rizzoli, che era diventato da poco un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, mi offrì la possibilità di avviare un laboratorio di ricerca, il Laboratorio di Tecnologia Medica, che, dopo 37 anni, è ancora attivo.
Alla fine degli anni ’90 iniziai a capire che si potevano costruire modelli computerizzati a partire da dati clinici per supportare la decisione medica relativa a quel paziente: oggi li chiamiamo gemelli digitali in medicina. Dato che il Rizzoli non disponeva di risorse di calcolo, iniziai a collaborare con il CINECA e, in particolare, con il responsabile della sezione di calcolo ad alte prestazioni, Sanzio Bassini. Sviluppammo un software per la pianificazione della chirurgia dell’anca, ancora in uso, e poi iniziammo ad attrarre finanziamenti della Commissione Europea per i nostri progetti di ricerca. Non avevamo le idee chiarissime, ma sapevamo che stava succedendo qualcosa di grosso. Nel 2001 mettemmo assieme un po’ di coraggio e presentammo alle direzioni di CINECA e Rizzoli un progetto ambizioso: la creazione di un centro di competenza sul biocomputing (B3C), organizzato come fondazione, di cui i nostri enti sarebbero stati soci. Fu molto difficile superare le varie diffidenze, ma alla fine sembrava che ce l’avessimo fatta, anche grazie alla lungimiranza di un grande dell’epoca, Achille Ardigò, allora Commissario Straordinario del Rizzoli. Nonostante avesse già 80 anni allora, il Prof. Ardigò era un grande sostenitore dell’informatica in medicina.
Nel 2002 ci trovammo davanti a un notaio per istituire la Fondazione B3C, quando arrivò il direttore amministrativo del Rizzoli, per informarci che quel giorno era arrivato il veto del Ministero della Salute alla partecipazione di Rizzoli a una fondazione di ricerca.
Per salvare quanto possibile, spostammo il B3C come divisione di ricerca di uno spin-off del CINECA, SCS S.r.l. Io rimasi al Rizzoli; facevo il direttore scientifico di B3C a titolo gratuito. Dal 2001 al 2011 riuscimmo ad attirare quasi €7M di finanziamenti, quasi tutti europei o provenienti dall'industria, ma nonostante ciò non scalava, perché il centro di ricerca non aveva il giusto contenitore né il supporto delle istituzioni locali e nazionali. Intanto l’idea della medicina in silico stava crescendo, ed io ero considerato uno dei massimi esperti ovunque, eccetto in Italia, dove il Rizzoli si rifiutava di darmi un incarico apicale.
Alla fine, accettai l’offerta di un’università inglese e me ne andai. Senza di me, il B3C sopravvisse per un paio d’anni, poi le vicende interne dell’azienda madre ne portarono alla chiusura, nonostante avesse un portfolio di finanziamenti pubblici e privati di tutto rispetto. Bologna avrebbe potuto diventare la capitale europea della medicina in silico, ma non se ne fece nulla.
Avanti veloce. Dal 2011 al 2018, nel Regno Unito, ho fondato e diretto l’Istituto Insigneo per la medicina in silico, che, quando l’ho lasciato nel 2018, coordinava il lavoro di oltre 300 ricercatori, di cui circa la metà erano professori provenienti da 29 diversi dipartimenti dell’Università di Sheffield o dell’azienda ospedaliera locale. In questi sette anni, Insigneo attrasse £48M di finanziamenti competitivi per la ricerca o di contratti industriali, e si posizionò come il centro di riferimento europeo per la medicina in silico.
Intanto, la medicina in silico, i digital twin e i metodi computazionali per sostituire la sperimentazione animale, forti dei sensori indossabili e dei metodi dell’intelligenza artificiale, rappresentano il futuro della medicina, che sarà dominato da quelle tecnologie che, 25 anni fa, a Bologna eravamo tra i primi al mondo a sperimentare.
L’articolo su Nature, di fatto, riconosce che queste metodiche sono mainstream e che la loro importanza sta crescendo esponenzialmente. E allora, mentre lo leggevo, mi sono chiesto: cosa sarebbe successo se nel 2002 avessimo avuto a Bologna il supporto istituzionale che poi mi hanno dato a Sheffield? Che impatto avrebbe sull’economia regionale e nazionale se oggi, al Tecnopolo DAMA, accanto al Supercalcolatore Leonardo, ci fosse il centro di ricerca sulla medicina in silico più vecchio e prestigioso d’Europa?
Sono finiti i progetti di ricerca finanziati dal PNRR e tra poco finiranno anche quelli finanziati dal Piano Nazionale Complementare al PNRR. Molti dei progetti finanziati avevano come focus l’uso delle tecnologie informatiche avanzate in medicina. E le istituzioni di ricerca con sede a Bologna hanno svolto un ruolo significativo in molti di questi progetti. A dispetto della pioggia di milioni di finanziamenti ricevuti, a causa di veti incrociati e di miopie di varia origine, non vedo neanche oggi le condizioni per creare a Bologna un centro di ricerca sulla medicina digitale.
Sarà la seconda occasione persa per Bologna e per l’Italia. Ma quante di queste occasioni si presentano? E quanti altri potrebbero raccontare storie come la mia? Se il PIL dell’Italia non cresce mai più del 2% all’anno (e in media molto meno) da un quarto di secolo, forse una ragione sono storie come queste?
Marco Viceconti
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